Francamente è la Music Director di Giugno 2026.
BITTE LEBEN è il primo album di Francamente, un’artista sofisticata e schietta che parla della vita come un cerchio infinito, dove è possibile scomporre e rielaborare i propri passi. Francamente continua il suo tour in Italia e in Europa con diverse date nei principali festival estivi, tra cui il Luce Festival a Gallipoli il 10 Agosto, il Kulturfestivalen a Stoccolma il 13 Agosto e il DumBo Summertime a Bologna il 4 Settembre. Francamente è la Music Director di Giugno e ha curato una playlist in esclusiva per i lettori di Harper’s Bazaar.
Francamente è molto abile a trasportare l’ascoltatore in un mondo familiare, leggendolo da un punto di vista tanto semplice, quanto nuovo. Per Favore Vivi diventa una frase mantra nel suo album BITTE LEBEN. Una frase versatile, leggibile in infiniti modi che Franca ci ha raccontato con la sua elegante umanità.
Da dove nasce il tuo rapporto con la musica?
Non ho un ricordo preciso, sono stata una bambina fortunata dato che c’erano sempre strumenti musicali in casa e con mia sorella diventavano parte integrante dei giochi. Ho poi iniziato a sviluppare una certa passione e ho studiato chitarra classica, poi canto classico, avendo il desiderio di essere Madama Butterfly - incredibile se ci penso oggi. Più avanti ho iniziato con le prime band per poi arrivare al 2019, con la nascita del mio progetto solista Francamente, totalmente incentrato sul cantautorato. Nel mezzo c’è stato Berlino, tanto busking, l’incontro con l’elettronica e molto altro. Per me la musica è sempre stata un moto, una maniera per creare connessioni e soprattuto, conoscere persone. Quando mi sono trasferita a Berlino ad esempio, la prima cosa che ho fatto è stato andare a vedere dove si organizzavano degli open mic interessanti. La musica è sempre stato il collante.
Credo che quando non si riesce a individuare un momento preciso si parla di istinto e indole.
Nel mio caso c’è una grande parte istintuale, sia nel fare musica che nel portala live.
Hai mai avuto idoli musicali?
Ho avuto spesso la tendenza a idealizzare. Credo negli idoli, tenendomi aperta la possibilità di cambiarli, ma penso sia importante avere qualcuno che ti ispiri. La prima è stata sicuramente Patty Smith che è anche l’ascolto che mi porto dietro da più tempo, avendo iniziato a consumare i suoi dischi a quattordici anni. Lei è stata idolo in tante cose per me: quando ho iniziato a fare i primi concerti, studiavo come si muoveva e mi vestivo come lei. Il fatto poi di nascere come poetessa e essere quindi così potente attraverso le parole, il suo timbro così particolare sono state delle vere e proprie spinte che mi hanno portata a individuare una possibilità. La sua apertura alle collaborazioni ha fatto in modo che diventasse per me anche un idolo morale, soprattutto nella modalità con cui pomi nel mondo musicale.
La vorresti mai incontrare o pensi che il tuo modo di vederla cambierebbe?
Mi viene da piangere solo all’idea. Sì mi piacerebbe, anche solo per ringraziarla. Mi basterebbe questo. L’anno scorso andai al concerto di Alice al Castello Sforzesco a Milano e ho avuto l’opportunità di salutarla. Quei venti secondi in cui le ho detto grazie, perché c’è una generazione di cantautrici che secondo me esiste anche grazie a lei, mi sono bastati. Siamo esseri umani alla fine, per cui è bello dirsi queste cose.
Il tuo disco è costruito come un racconto, avere una intro e una outro è un approccio old school in un certo senso. Questa scelta nasce da un ragionamento calcolato o è un tuo modo di lavorare?
L’outro si è sviluppato come gli altri brani, c’è sempre stato, anzi addirittura è stato terminato prima di altre tracce che hanno poi composto l’album. In più è stato uno dei brani più divertenti, perché mi sono messa in prima persona a maneggiare - con una consapevolezza tendente allo zero - i modulari e i sintetizzatori. Quello che si sente è il risultato di un’ora in cui mi sono messa lì a creare a mio modo il movimento caotico della vita, il cambiamento e tutto quello che ci accade in questo viaggio. L’intro invece è stata l’ultima cosa a cui ho lavorato, si parla veramente di pochi giorni prima della consegna. Mi ronzava questa cosa di avere anche solo una traccia voce e chitarra, per tornare a quella che è stata l’origine del mio rapporto con la musica e così è nata. Abbiamo fatto alcuni take in presa diretta e poi abbiamo deciso di aprirci l’album. BITTE LEBEN ha sicuramente un approccio narrativo, ma se fosse un libro lo vedrei più come una raccolta di racconti che come un romanzo.
Il tuo disco è più un cerchio chiuso o l’otto dell’infinito?
La mia visione Hegeliana mi fa vedere il mio disco come una spirale, per cui assolutamente l’otto dell’infinito. È un movimento circolare, ma ogni volta il punto di fine è il punto di partenza per qualcosa di nuovo. Io credo molto nel tornare sui propri passi per riflettere. Mi comunica molto più una variazione temporale, rispetto alla linea retta e il bello del cerchio è proprio questa possibilità del poter ritornare sui tuoi passi, non per cambiare ciò che è successo, ma quantomeno decostruirlo o ripensarlo in termini diversi. È stato anche il lavoro che c’è stato dietro questo album, un percorso durato un anno in cui queste tracce sono state sviluppate in modo contemporaneo, tornando e ritornando. Per tante tracce sono state fatte svariate versioni, per poi tornare alla versione di partenza. Penso che questo corrisponda a un modo di creare a me affine.
La sperimentazione sonora fa parte del tuo DNA come artista. Mi chiedo quindi che ascoltatrice o fruitrice di musica sei?
Onnivora e stagionale. Mi capita di avere dei momenti - che possono durare anche una settimana - in cui consumo un genere o un artista singolo, avendo però un sottofondo costante e estremamente variegato. Questo per me dovrebbe smontare qualsiasi presunta competizione tra gli artisti. Tutti noi abbiamo delle playlist incredibilmente variopinte che passano da Back a completa tu con quello che vuoi. Mi rendo anche conto però, che ogni artista corrisponde a un periodo della mia vita in cui l’ho ascoltato tanto.
Penso anche che alle volte il consumo di un artista porti a uno sorta di nostalgia. Si ascolta nuovamente un brano che abbiamo consumato in un momento preciso, magari dopo anni e quella canzone diventa altro, simboleggiando un momento della vita che alle volte facciamo fatica a rievocare.
Mi trovi assolutamente d’accordo. È una cosa bellissima e si ci pensi torniamo a quel discorso dell’infinito e della circolarità della vita. La musica, direi l’arte in generale, agisce sull’anima ed è un potere incredibile.
Ci sono tanti luoghi nel tuo album, Berlino, Torino, Milano, la Sicilia. Il tuo rapporto con la musica è cambiato o cambia in questi luoghi?
A seconda del luogo in cui siamo produciamo delle variazioni nella nostra identità. Al paese natale ci si sente in un modo, perché conosci tutti e vivi in un’estrema confidenza, all’estero ti senti in tutt’altro modo, in una città lontana, dove però si parla la tua stessa lingua, ti senti in un modo ancora diverso. Ognuna di queste città presenti nell’album ha prodotto delle variazioni su di me, non sono luoghi di transito, ma posti sono dove ho trascorso del tempo. Questo ha prodotto uno sguardo nuovo, una curiosità che poi si è tradotta in musica.
Il messaggio dell’album è una sorta di inno alla vita, un qualcosa che tutti dovremmo sempre tenere a mente, anche nei momenti bui, come questo. C’è una riflessione o un commento che hai ricevuto in queste settimane che ti ha fatto pensare di essere riuscita a far breccia con il tuo lavoro?
Dopo il concerto di Roma un ragazzo è venuto a abbracciarmi e mi ha detto “in questo momento ho proprio bisogno di sentirmi dire per favore vivi”. Mi ha molto commossa. Questa è una frase che, come la vita stessa, può avere infinite interpretazioni, dal tono più spaccone al remainder di farcela nonostante qualcosa. Il mio non vuole essere un invito a romanticizzare la sofferenza, bensì a riconoscere quanto sia dura la vita e che alla fine siamo insieme, perché nessuno è immune al cambiamento, alla sofferenza e alle difficoltà.
Come ti rapporti con la fase creativa dei video clip e dell’immagine legata alla tua musica?
Lo trovo molto divertente e credo sia una parte del mio lavoro in cui sia necessario metterci la faccia. La mia fortuna è stata quella di aver trovato delle persone giuste con cui lavorare, magari ci ho messo un po’ a trovarle, ma in questo modo mi sento finalmente libera di esprimermi. Allo stesso tempo, trovo fondamentale avere accanto dei professionisti che siano in grado di dirti: ho capito la tua idea, ma io che vengo dal cinema farei questa cosa qua. In quel momento generalmente scatta la scintilla della fiducia e dell’entusiasmo, che mi fa affidare a quelle che io definisco persone affini.
Hai curato la playlist come Music Director del mese di Giugno, come la descriveresti?
C’è una grande base di anni ottanta, di cold wave e di elettronica, con una di quelle che per me sono le protagoniste contemporanee assolute: Lola Young, che è stata anche una colonna dietro al lavoro per BITTE LEBEN.