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Music Director Agosto: Birthh

 Birthh è la Music Director di Agosto 2026

Birthh è una cantante introspettiva e trasparente. La vita, l'amore e la musica non possono essere distinte tra loro e si ritrovano intrecciate nella trama del suo album Senza Fiato. Birthh sarà in concerto il 2 Settembre a Padova, il 10 Settembre a Trento e il 20 Settembre a Torino.

Birthh parla della notte come dimensione creativa e del giorno come possibile soluzione alle ansie che arrivano con il buio. Nel suo album Senza Fiato si snoda una narrazione intima e condivisibile, che sembra fare da colonna sonora alla vita di ognuno di noi.

Come racconteresti oggi la te stessa che durante l’ultimo anno di liceo pubblica il suo primo album?

È interessante per me guardare indietro a quei tempi. Sono stati tempi difficili, ero spesso triste e mi sentivo isolata e in un certo sento ho ritrovato nella musica un fidato compagno per raccontare ciò che mi passava nella testa in un modo che potesse essere sano. Non avevo grandi pretese, se non il fatto che mi piacesse moltissimo suonare in giro e fare concerti, cosa che facevo grazie al passaparola. Da quel punto in poi, piano piano, mi sono resa conto che se volevo suonare di più, dovevo registrare. Già da più piccola avevo iniziato a registrare le mie canzoni, ma ho deciso di prenderla più sul serio. Di giorno facevo le produzioni e registravo in casa e di notte studiavo. Dividevo la camera con le mie sorelle e non volevo disturbarle. Da questo processo - in cui è chiaro come ci fosse poco sonno - è nato un album e dopo la maturità sono partita per il tour.

Hai un passato dove la musica è entrata in maniera naturale e poi come scelta. Dalla prima chitarra al microfono e laptop, tutto si è costruito passo passo. C’è un momento che ricordi con particolare tenerezza e invece uno che riguardi con l’amaro in bocca?

Un momento a cui penso con tenerezza è quando sono stata in libreria con i miei e avevo trovato un libro che si intitolava Come registrare la musica. Da quel libro lì ho imparato cosa fosse una scheda audio e tutta una serie di cose che mi servivano per registrare. Un momento che ricordo con amarezza forse non c’è invece. È ovvio che nella vita di un’artista ci siano dei no e dei momenti meno felici che però ti insegnano tanto, li reputo un vero e proprio motore di crescita. Forse per questo faccio fatica ad associarli al termine amarezza.

Truman è un brano del tuo album che mi ha colpita molto. Sembra un brano dove ci si guarda allo specchio e ci si da un abbraccio. L’allerta di cui parli penso che oggi sia un sentimento condiviso da tanti. È il ritmo e l’ipercontrollo che ci spinge a vivere in allerta o in fondo è la solitudine che tutti viviamo?

Sono entrambi due modi validi di vivere questa allerta. Viviamo in un mondo talmente complicato e doloroso come essere umani e il modo in cui affrontiamo questo dolore, forse non è sempre il modo più sano. Attraverso il telefono possiamo vedere molto di ciò che succede nel mondo ed è un po’ come se il nostro modo di affrontare questo dolore sia avere il controllo di cose che non possiamo controllare. Ciò che succede, quando ci concentriamo così tanto sulle cose su cui non abbiamo controllo, è che poi trascuriamo le cose su cui abbiamo effettivamente controllo. Il mio modo di rimanere in allerta non lo vedo come una cosa positiva: rimango sveglia la notte a pensare a un sacco di ansie che ho, soprattutto nei confronti di un futuro su cui ho pochissimo controllo e mi rendo conto che facendo così, spesso mi perdo le occasioni per cambiare effettivamente le cose che posso cambiare. Ho il grande privilegio di poter utilizzare il mio tempo per pensare alla mia interiorità e alle persone che ho intorno e questo mi mette già in un punto di vantaggio rispetto a tante altre persone che non hanno la possibilità di farlo. Truman parla proprio di questo. Ho scritto tante canzoni d’amore, ma mi sembra che questa sia la prima canzone d’amore che io abbia scritto per me stessa.

Nel tuo album Senza Fiato ci sono alcuni riferimenti alla notte come dimensione di fuga, ma al tempo stesso come un momento introspettivo. Cosa rappresenta per te la notte?

La notte è il momento in cui io so che mediamente posso essere irraggiungibile, so che è un momento di libertà, ma allo stesso tempo so che durante la notte tutte le cose negative diventano più grandi. Penso sia una cosa comune a tanti, poi fortunatamente spesso con il giorno nuovo si aprono delle possibilità che prima sembrano impossibili. La notte è un periodo in cui mi piace molto scrivere e mi rendo conto che in quel momento la mia creatività esplode.

L’amore è raccontato in tutto l’album con diverse sfaccettature, non solo quella romantica, arrivando infondo a parlare di vita. É complesso parlare d’amore e di vita, perché non possiamo metterli in stand by e guardarli da fuori mentre si crea e si delinea un progetto. Tu come riesci a farti o non farti influenzare dalla vita e dall’amore, durante il tuo processo creativo?

Penso che la musica in primis sia un linguaggio con cui dire le cose. Ho scelto che la mia musica racconti di me e della mia vita. Per me l’amore e la vita sono due cose imprescindibili, senza una non esiste l’altra e non esisterebbe nemmeno la mia musica. Se penso a come nascono le mie canzoni, nascono prestando attenzione a quello che sento e la canzone in sé è un mezzo dove cerco di mettere in ordine tutto questo.

Penso che la tua chiave, oltre che nelle parole sia nel suono. Se mi immagino di ascoltare una versione del tuo album senza cantanto, penso si coglierebbe comunque il sali scendi emotivo che si crea. Come ti approcci alla ricerca sonora?

In modo molto istintivo, mi metto al computer e sbatto la testa sui suoni finché non esce qualcosa. C’è da dire che è tanto tempo che produco e ho una relazione artistica anche con il sound design, per cui so cosa voglio, ma comunque deve sempre partire da un qualcosa di istintivo che sento. Principalmente ho due modi o parto da un beat o dagli accordi. Piano piano, elemento dopo elemento, costruisco le cose. Ho dei capisaldi, come ad esempio l’utilizzo del Mellotron che è uno strumento fondamentale per me, perché riscalda le cose. Mi piace fare quello che mi piace fare e vedere quello che succede.

Vivi a New York da diverso tempo. Qual è il tuo sogno americano?

Il mio sogno americano è il sogno che ho da sempre: vivere di musica, potermi connettere con le persone attraverso la musica e trovare i miei simili. Forse il mio più grande sogno americano e il motivo per cui mi sono trasferita è trovare persone strane come me; poi ho scoperto che quelle persone sono un po’ ovunque e un po’ da nessuna parte.

E la tua idea di dolce vita italiana?

Andare al mare, farmi il bagno, bermi la granita al limone, mangiarmi un fritto misto, fare un giro in barca e di nuovo il bagno in mare.

É diverso scrivere e cantare in italiano o in inglese. Cosa ti da, come artista, l’italiano e cosa l’inglese?

Se penso alla relazione con la canzone, l’italiano ha delle esigenze diverse come lingua: le parole tronche ad esempio o il bisogno parlare per immagini piccole e non troppo generali, altrimenti sarebbero inefficaci. Dall’altro lato in inglese il mio approccio è rimasto invariato, perché scrivo in freestyle e alla fine è una questione di allenamento: far uscire le parole dalla tua bocca e essere connessa con te stessa e quello che ti circonda. Bisogna avere chiarezza rispetto a quello che si sente, più che rispetto alla lingua che si usa.

Hai curato la Playlist per Harper’s Bazaar come Music Director del mese di Agosto, come la descriveresti?

Mi interessava l’idea di fare una playlist che potesse accompagnarmi per una giornata intera. Ogni canzone rappresenta per me un’ora del giorno diversa, in successione, partendo dalle 9 di mattina quando mi sveglio tutta impanicata e quasi sempre di fretta, passando per il pomeriggio solare e danzereccio, fino alle 3 di notte, quando vado a letto e mentre chiudo gli occhi lascio finalmente che la giornata passata si sciolga su di me. Spero vi piaccia <3