Patty Pravo è la Music Director di Marzo 2026
Patty Pravo, reduce dalla partecipazione al Festival di Sanremo, lancia il suo ventunesimo album Opera che verrà presentato tra teatri e musei. Patty Pravo è la Music Director di Marzo e ha curato una playlist in esclusiva per i lettori di Harper’s Bazaar.
Patty Pravo ci racconta Opera, un album che vuole essere un messaggio di speranza, unicità e identità. Dopo la presentazione del suo brano al Festival di Sanremo, decide di presentare l'album all'interno di luoghi come teatri e musei, per dare spazio all'arte e alla bellezza.
Per lei cosa ha rappresentato il palco di Sanremo negli anni?
Da ragazzina ero curiosa, ero in RCA al tempo e chiesi di andare. Volevo sapere cos’era questo Festival di Sanremo. Andai da Ennio Melis e gli chiesi di gareggiare. Partecipai con Little Tony con il brano “La spada nel cuore”. La prima sera vincemmo su Celentano, da non crederci. Questa è stata la prima volta, poi sai il Festival di Sanremo è un qualcosa che si fa, per cui ogni tanto ci sono cascata.
E ci è ricascata anche oggi.
Certo (ride, N.d.R.) e ne sono felice, perché mi piace molto Opera e sono felice di cantarla su quel palco.
Opera è un album che parla di amore e libertà. C’è anche il tempo e quello che ci lascia, quello che cambia e quello che lascia identico. Viviamo in un’epoca dove il tempo corre veloce e dove mi sembra che ci sia bisogno di più coraggio per essere liberi, per amare e per vivere. In che termini Opera parla a questo presente?
Opera parla di unicità. Se pensiamo alle persone come opere, siamo tutti unici. Quindi mi sembrava che una canzone del genere potesse star bene in questo mondo che sappiamo bene come sta andando, cosa succede, a quale velocità e quante cose si siano perdute. L’idea che ognuno di noi sia un’opera è un messaggio che dona un’identità e un’unicità a tutti, così come una speranza. Credo che in questi tempi ci serva il sogno.
La libertà oggi è più sinonimo di resistenza o di consapevolezza?
La libertà è consapevolezza, proprio se pensiamo al mondo in cui viviamo. Bisogna essere consapevoli di ciò che sta succedendo e se uno ha possibilità di essere libero, se ha la forza morale e psicologica di esserlo è importante che insegua questa libertà. Vedo purtroppo poca creatività attorno a noi e penso sia dovuto anche a questo. Spero e cerco di dare un messaggio libero, che sia il più vicino possibile alla creatività.
La ricerca musicale, la sperimentazione hanno caratterizzato la sua carriera da sempre. Oggi che approccio ha con la ricerca musicale?
È molto difficile creare in questo periodo, non è facile. Ad esempio, non sto scrivendo, mi è un po’ difficile. Ogni tanto mi metto a scrivere, ma mi rendo conto di mettere giù cose abbastanza buie e allora mi auto censuro (ride, N.d.R.).
Che ascoltatrice di musica è?
Amo molto il blues. Quando ero ragazzina la prima cosa che ho ascoltato è stata Nina Simone e mi è rimasta. Ieri ad esempio ascoltavo blues e ero felice, mi toccava il cuore. Non ascolto solo blues ovviamente, ma vengo da lì.
Opera ha nel suo titolo e nel significato stesso della parola l’idea di un lavoro sviluppato e finito, parla ovviamente di teatralità e arte. Come nasce l’idea di presentare l’album in spazi come teatri e musei?
È perfetto, perché così uniamo tante arti. Con la presentazione del disco nei musei ricordiamo che esiste l’arte e un mondo che è quasi scomparso. Spero così che i giovani, invece di andare a farsi fare le firme nei negozi di dischi, vengano nei musei, dove racconterò e firmerò il disco. Bisogna vedere cose belle nella vita, bisogna sorridere e bisogna fare un piccolo sforzo.
“Ho provato tutto” è un brano che mi ha colpita per l’immediatezza. È un brano firmato da Francesco Bianconi che sembra quasi scattarle una fotografia. Dipinge un bellissimo ritratto, quasi come a raccontare una storia che ha percorso il tempo per rimanere fedele a se stessa. Sembra quasi ci sia del sano e leggero divertimento nell’interpretarla o sbaglio?
Bianconi è splendido ed è stato molto bravo a dipingermi. Avrei potuto scrivere io senza alcuna vergogna quel testo, ed è questo uno degli aspetti che mi ha fatto innamorare di quella canzone. Mi sono divertita moltissimo. Io rido di me stessa ogni tanto, l’auto ironia e il sorriso sono importantissimi.
La musica è anche estetica, ritrae uno stile, un attitudine. Lei ha definito la sua cifra anche attraverso questo binomio. Lo stile è innato e non si può né imporre, né imparare. È qualcosa che le è sempre appartenuto e che l’ha resa sempre riconoscibile, come si rapporta con il fatto di essere un’icona?
Se me lo dice lo accetto (ride N.d.R.). Io sono una persona normalissima, non ci penso minimamente. Ho girato tutto il mondo, ho cantato in tutte le lingue, ho venduto centoventi milioni di copie, cosa dovrei fare? Sorrido e vado avanti, perché mi piace questo mestiere, mi piace cantare, mi piace esibirmi. Non vedo l’ora di andare in tour ad esempio, sarà stupendo. Andremo in tanti teatri dove ho avuto già la fortuna di esibirmi e mi fa piacere tornare e ritrovare il mio pubblico. La dimensione del teatro è splendida, così intima. Poi, dopo i teatri, andrò avanti e farò un altro tour, ma mi piace molto iniziare da lì.
Come ha pensato ai look per Sanremo?
Opera è nata da un sogno di Simone Folco che alle quattro di mattina ha chiamato Giovanni Caccamo per condividerlo. Questa canzone quindi è nata da una visione onirica, è passata dall’autore e poi naturalmente ci sono anche gli abiti. Non mi era mai successo e lo trovo molto interessante. Opera è un’immagine sonora completa che spero possa rimanere come sogno anche nella mente del pubblico. Credo che il modo in cui nasce Opera sia la risposta a tutta la creatività e di conseguenza all’immagine che abbiamo costruito attorno.
Ha curato la playlist in esclusiva per i lettori di Harper’s Bazaar come Music Director del mese di Marzo, come la descriverebbe?
Sono le canzoni del mio cuore, quelle che mi hanno accompagnato nel corso della mia vita, alcune sin da bambina, e che consiglio a tutti di ascoltare.