Karakaz è il Music Director di Maggio 2026
HOMO è il primo album di Karakaz e l’invito è quello di tuffarsi nel suo abisso senza interrogativi. Tra una ricerca sonora che si muove seguendo l’istinto del prurito e testi ipnotici, la creatività di Karakaz gioca sul dualismo dei ruoli, dei fantasmi e dei riflessi che la vita ci presenta. Karakaz è il Music Director di Maggio e ha curato una playlist in esclusiva per i lettori di Harper’s Bazaar.
Il caos è la dimensione con cui Karakaz si descrive. La coerenza è il risultato che alla fine ottiene, esplorando la spontaneità della sua cifra stilistica che abbraccia tutto e niente, con l’onestà di riconoscere le maree della vita. HOMO è un album pieno nel suo svuotarsi da etichette di genere, un progetto che attraversa la strada arrivando a suonare in un pozzo profondissimo.
Guardandoti indietro, c’è sempre stata la musica nella tua vita?
L’istinto ha giocato un grande ruolo se parliamo di musica, ma comunque è stata una scelta. Mi ha sempre catturato e portato avanti. È stata un po’ un àncora. Ho iniziato a suonare quando ero piccolo. Non vengo da una famiglia di musicisti, anzi. Quando ero bambino ho scoperto la batteria e tamburellavo ovunque, finché mio padre - probabilmente per esasperazione - mi ha portato a studiare batteria.
E il cantare?
Il cantare è arrivato molto tardi rispetto a quando ho iniziato a suonare la batteria. Un po’ casualmente, quando una mia amica mi disse che avrei dovuto cantare e l’ho presa alla lettera.
Oggi che è il tuo lavoro, la musica ha lo stesso ruolo?
È sempre un’àncora, anche se a volte si incastra sul fondale. Piano piano sto imparando a tirarla su, anche quando si incaglia.
Ho letto che vorresti che la gente smettesse di cercare di capirti. Io credo che le persone abbiano bisogno di capire, perché sono a disagio con le cose che non riescono a incasellare. Riesci a accettare di non capire a tua volta le cose o le persone?
In generale vorrei che le persone smettessero di cercare di capire a tutti i costi. Non parlo per forza di me come persona, ma parlo dell’ascolto puro, senza troppi interrogativi. Per quanto riguarda me, mi impegno al massimo per seguire questa strada e accettarla. Certe volte non riesco a farlo bene, ma provo con tutte le mie forze a non analizzare eccessivamente le cose. Se sto ascoltando, cerco sempre di rimanere nel ruolo del fruitore; se sto facendo musica, sono il performer. Non è sicuramente facile, ma cerco di non farmi influenzare troppo dai miei pensieri.
Questo tuo desiderio che la gente smetta di cercare di capirti, mi ha fatto pensare all’essenza della musica. La musica dovrebbe essere catartica, dovrebbe trascinare le persone in un momento di condivisione fisica e di liberazione. Da fruitrice ho un punto di vista, da creatore di musica immagino sia diverso. Mi viene spontaneo chiederti come vivi il trascinamento che genera la musica in studio e sul palco?
Forse non l’ho ancora capito bene, più che altro perché non ho mai smesso di essere un ascoltatore e da quando ho iniziato a fare musica è un po’ come se avessi due piedi in una scarpa. Riesco sempre a giocarmela alla fine, ma il nodo del tutto è che non vorrei mai che la musica diventi un obbligo. Affronto dei cicli in cui non riesco a ascoltare musica, perché sono totalmente coperto di catrame e altri in cui riapro le porte all’ascolto. Vivo nella dualità del carnefice e della vittima costantemente, anche quando si parla di fare musica o di ascoltarla. Tornando alla tua domanda, sceglierò per sempre il palco.
Vado un po’ per associazioni e in un certo senso il cemento ti fa bene da sfondo. Ho ascoltato il tuo disco HOMO camminando per Milano e ci stava benissimo; al tempo stesso, l’ho riascoltato sdraiata sul divano, senza fare assolutamente niente e stava benissimo anche lì. Dove ti piacerebbe fosse messo il tuo disco come colonna sonora?
In un pozzo profondissimo.
Il disco ha un mix di suoni imprevedibile, ma al tempo stesso molto coerenti tra loro. E’ un mix pieno e svuotato. Come lavori alla ricerca musicale?
Sono felice che ci trovi della coerenza, perché é una cosa che mi spaventava molto inizialmente. La mia indole è caotica, non ho ancora ben capito ciò che mi piace, ma so sicuramente quello che non mi piace. È un po’ il mantra della mia vita. Quando sento un prurito al cervello o in qualsiasi altro posto organico, lo seguo.
Nel disco non ci sono dei featuring. È incredibile come oggi sembri una scelta così “estrema”. È stata una scelta anche per questo album o è andata semplicemente così?
È stata una scelta assoluta, perché il progetto è talmente personale che non ho mai nemmeno pensato di inserire un altro artista all’interno. Non credo che sia una scelta estrema questa e non demonizzo i feat, penso sia semplicemente una scelta farli o non farli. C’è anche da dire che oggi tutto viene visto come estremo se ci pensi. Personalmente non so neanche più che cosa captare da questi segnali dove tutto è estremo e tutto è leggero.
La tua musica suona nel buio, per me parla alla notte o della notte - e mi sembra che tu conosca l’argomento. Per questo mi incuriosisce sapere cosa pensi di questa cosa che chiamano “soft clubbing”.
Preferisco non rispondere e quindi non parlarne, credo basti come risposta, no?!
Assolutamente.
Hai un’immagine, un modo di muoverti e in generale un attitude molto riconoscibile. C’è chi dice che lo stile sia come si scendono le scale. Chi ha stile per te?
Ci sono tantissime persone che hanno stile. Per me mio nonno ha stile a suo modo, con la sua canottiera e il deambulatole a novantuno anni. Quando ero piccolo c'erano i Nirvana, il modo in cui si rapportavano allo stile distruggendolo ha avuto una grande influenza su di me. Poi è arrivato Nick Cave, il suo modo di muoversi e la sua eleganza demoniaca hanno per me un enorme fascino ancora oggi.
Fondamentalmente uomini.
In generale uomini sì, ma a dirla tutta non ho mai avuto icone o idoli. Ci sono anche delle donne in realtà che mi hanno affascinato. Le mie due nonne hanno avuto tantissima influenza su di me, con il loro essere così attente a come si muovevano, a come si vestivano.
Ti piace pensare all’estetica della tua musica? Mi riferisco alla creatività dietro video e copertine.
Mi piace moltissimo e seguo questa parte in prima persona, ovviamente insieme a dei collaboratori che lavorano a stretto contatto con me. La verità è che devo mettere le mani ovunque quando si tratta di una cosa mia, mi fermo solo quando non conosco la materia.
Hai curato la playlist in esclusiva per i lettori di Harper's Bazaar come Music Director del mese di Maggio, come la descriveresti?
C’è un po’ della mia infanzia, della mia adolescenza, del mio presente. Apparentemente le canzoni possono essere incompatibili tra di loro, un po’ come spesso accade con gli eventi della vita, imprevedibili. Sono canzoni che mi hanno cresciuto, scortato, protetto fino ad oggi. Alcune sono così presenti che fatico a riascoltarle oggi. Buon viaggio.